Come la Francia ha deciso di ripartire (a differenza dell’Italia)

Mentre l’Italia si prepara a una riapertura graduale che inizierà dal 4 maggio e coinvolgerà tutta la nazione, in Francia si pensa a un piano di ripartenza differente.

L’allarme Coronavirus è stato lanciato nel nostro paese il 21 febbraio e il lockdown totale è stato decretato dal 10 marzo: da allora tutta Italia è diventata zona rossa.

In Francia invece il lockdown è partito il 17 marzo, ma già il 20 aprile si è provveduto a sbloccare il paese permettendo lo svolgersi di alcune attività. Inoltre per l’11 maggio è già prevista la riapertura delle scuole, dei negozi, dei parrucchieri, fiorai e centri estetici. Per la riapertura delle attività di ristorazione invece si dovrà aspettare probabilmente fino al 15 di giugno.

Quello che è interessante notare è che, a differenza dell’Italia, la Francia pensa a una ripartenza divisa per dipartimenti. Cioè l’intera nazione è stata suddivisa in aree e ciascuna di queste è stata classificata in base alla percentuale di casi sospetti e la capacità ospedaliera di contenere i malati da covid-19. Così che se le aree presentano una percentuale di casi superiore al 10% vengono classificate come zona rossa, se i casi sono sono tra il 6% e 10% come zona arancione mentre se inferiori al 10% come zona verde. Il secondo criterio invece si basa sulla capacità degli ospedali di contenere i ricoverati, pertanto il dipartimento viene classificato come rosso quando la capacità di rianimazione è satura, cioè al di sopra sopra dell’ 80%, arancione quando è tra il 60% e 80% e verde quando è inferiore al 60%. Grazie a questo sistema di classificazione la Francia potrà pensare a misure di confinamento che saranno più o meno restrittive in base al dipartimento considerato.

In Italia invece al momento si pensa a una ripartenza comune, senza considerare che alcune aree sono particolarmente colpite, mentre altre sono rimaste quasi illese. Per esempio mentre la Lombardia conta attualmente ben oltre 75.000 casi accertati, il Molise non arriva nemmeno a 300. Questo provvedimento favorisce i paesi che usciranno dalla situazione di emergenza molto più tardi, ma dall’altro lato blocca quelle regioni che potrebbero fin da subito godere di maggiori libertà. Sul piano nazionale proporre una ripartenza comune significa mantenere una situazione di status quo, ossia fare in modo che nessuna regione possa avvantaggiarsi sulle altre. Tuttavia è da considerare che le regioni più colpite, come per esempio la Lombardia e il Piemonte sono già in netto vantaggio sotto molti punti di vista. Anzi, consentire una ripartenza “differenziata” permetterebbe alle regioni più povere di riguadagnare un po del loro terreno perso; inoltre, dal punto di vista nazionale un provvedimento simile a quello francese consentirebbe di non lasciare una intera nazione ancorata a decreti e divieti non necessari e indispensabili per tutti, consentendo una piccola ripresa che non lasci in ritardo l’intera nazione.

Confrontando infatti l’Italia con gli altri paesi europei vediamo che i tempi di riapertura degli altri stati sono stati ben più rapidi dei nostri. La Germania non ha mai imposto una chiusura totale, mentre la Spagna, nonostante il lockdown sia incominciato il 16 marzo, ha iniziato il processo di allentamento delle misure già dal 13 aprile. Risulta evidente che questo paese ha necessità di riaprire al più presto, almeno in quelle aree che se lo possono permettere.

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